...ce steva 'na vota....
Perché Ce steva ‘na vota…? Semplicemente perché tutti i cunti iniziavano con questa “formula magica” che aveva il potere di introdurre l’ascoltatore in un’atmosfera irreale, e fantastica, fuori dal tempo e dallo spazio, anche se il narratore tende spesso ad ambientare il racconto in luoghi noti, quasi a voler poi mantenere un qualche effimero contatto con la realtà.
A noi piacerebbe che “ Ce steva ‘na vota…” fosse ancora capace di creare quella stessa atmosfera. I Cunti che leggerete sono stati raccolti, in quattro anni di ricerca, dalla viva voce di narratori del nostro Comune, i quali li hanno conservati nella loro memoria e ce ne hanno fatto dono nello stesso modo in cui li abbiamo trascritti. Molti di voi forse conoscono già alcuni di questi cunti, pur se in versioni o con titoli diversi. Anche noi, durante il nostro lavoro di raccolta, di qualche Cunto abbiamo ascoltato due, tre, addirittura quattro versioni; questo non ne sminuisce il valore, mette però in evidenza la manipolazione che nel corso del tempo hanno subito queste storie, dovuta soprattutto alla trasmissione esclusivamente orale, da una generazione all’ altra.
Pur rimanendo fedele a una trama principale, il Cunto puo’ essere allungato, accorciato, arricchito, trasformato dal narratore che diventa così attore estemporaneo autore della storia che racconta, per divertire chi ascolta. Alcuni narratori infatti, ci hanno dilettato con la loro mimica esilarante, altri con la capacità di modulare la propria voce per dare maggiore efficacia al racconto stesso. Spesso siamo stati gratificati di brevi ed estemporanee rappresentazioni, messe in atto per noi e per il nostro divertimento: il Cunto è nato, infatti, soprattutto come intrattenimento. Lo era certamente nei secoli passati, nelle corte reali o in quelle più piccole dei signorotti locali. Ha assunto poi, in tempi più vicini a noi, il ruolo più specifico di intrattenimento dei bambini durante le lunghe sere invernali accanto al focolare, prima che la televisione venisse a interrompere questa magica comunicazione tra diverse generazioni e questo atavico modo di trasmissione della cultura popolare.
L’origine del Cunto si perde nella notte dei tempi, ma sicuramente il merito della sua diffusione va ai Cantastorie, tradizionali figure di intrattenitori ambulanti che si spostavano di città in città, di piazza in piazza, raccontando una favola, spesso originata da un fatto reale, con l’aiuto del canto e, sovente, di cartelloni su cui venivano raffigurate le scene più salienti del racconto. I Cantastorie vivevano delle offerte degli spettatori e, talvolta, della vendita di foglietti su cui era scritta la storia stessa. Questo tipo di comunicazione affonda le sue radici nella più lontana tradizione europea e costituì per secoli il maggior veicolo di diffusione di opere quali i poemi cavallereschi e i romances spagnoli. I Cantastorie sono comuni a molte culture; mentre in Italia sono del tutto scomparsi, oggi sopravvivono in altre culture i cui contenuti ancora si trasmettono, in buona parte, oralmente. La cultura araba per secoli ha affidato la diffusione delle novelle delle Mille e una Notte ai Cantastorie, ed essi ancora diffondono, nella cultura indiana, le storie del Ramayana e del Mahabharata. Sicuramente molti elementi, provenienti dalle diverse culture con cui siamo stati in contatto per ragioni storiche, sono entrati a far parte della nostra cultura popolare e sono presenti in questi Cunti, anche se non ne abbiamo l’assoluta certezza. Lo possiamo solo dedurre da determinate parole e situazioni in essi presenti. La favolistica araba, per esempio, piena di orchi, di maghi ed altri personaggi fantastici, ha influenzato certamente la nostra produzione popolare, così come anche quella spagnola poiché ritroviamo molte parole di origine spagnole tuttota presenti nel nostro dialetto.
I Cunti sono storie sospese nel tempo e nello spazio, in cui si puo’ intravedere anche un forte sentimento di riscatto popolare da una difficile situazione sociale. I Principi che sposano povere ragazze sono tanti, come in ‘A Bella Puerella in Povera e bella fatta, un po’ meno i poveri ragazzi che sposano Principesse, come in ‘E durici figlie ‘e ru Re, ma tutti rappresentano il desiderio popolare di cambiare la propria condizione sociale e di evadere in una realtà diversa, a lungo agognata, almeno per la breve durata del Cunto. Il Cunto si arricchisce anche di forti componenti autobiografiche, sociologiche ed etiche. Diventa materia organica che si plasma secondo l’inclinazione del narratore che ne fa spesso strumento per colpire o sbeffeggiare determinate persone o determinate classi sociali. Curiosa e paradossale è poi la relazione tra Bene e Male che riscontramo in alcune storie e che va al di là della nostra normale concezione etica a riguardo. In nessun modo, infatti, potremmo concepire, nella vita reale, una madre che si lascia convincere ad uccidere il proprio figlio come in Franceschiegliu, oppure che un marito possa uccidere impunemente e sposarne una terza, sorelle delle prime due, come se ciò fosse la cosa più normale di questo mondo, come avviene nel Re Puorco.
Non esiste nel Cunto, un netto confine tra Bene e Male, ma tutto diventa possibile pur di raggiungere lo scopo desiderato. Ecco quindi che si acuiscono quelle peculiarità del carattere umano quali la scaltrezza, la furbizia. Due amici non hanno remore a frodarne un terzo pur di prendergli ciò che gli appartiene come in Cric, Croc e Manicu d’Ancinu. Allo stesso modo, la stupidità, invece di portare alla rovina, puo’ rivelarsi addirittura come una dote e puo’ essere ben ricompensata dal destino, come in Giuanni ru fesse a cavagliu a ru fasciu (video). L’universo etico viene stravolto nei Cunti: Ciò che nella realtà è Male puo’ diventare Bene e viceversa. Per quale motivo questo avvenga è difficile stabilirlo, forse solo per la necessità di giustificare la realizzazione a tutti i costi di impossibili desideri umani. Approfondire ciò non ci rigurda più di tanto; a noi interessa, più che altro, che questi personaggi del nostro immaginario popolare rimangano vivi per sempre, per noi e per le generazioni future.
Attilio Troianiello |